"Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione,

ma non per questo vede più chiaro"

(S. Freud)

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  • Fabio Livio Galimberti

Il tapis roulant e il paradosso di Zenone

Mi è capitato di spiegare il concetto di “simbolico” con la storiella dei due uomini sorpresi nella foresta da un leone: uno dei due malcapitati riesce a mettersi in salvo salendo su un grande albero, mentre l’altro all’inizio, correndo velocissimo attorno a questo grande albero senza essere acchiappato dal leone. Quest’ultimo però a un certo punto si stanca e la belva si fa sempre più prossima alle sue chiappe, così il compagno dall’alto gli grida: “Stai attento, ti sta per prendere!”. E quello sotto lo rassicura: “Non ti preoccupare, ho almeno due giri di vantaggio”.

A volte non soltanto i simboli sono distanti dall’esperienza, ma anche i ragionamenti migliori o apparentemente tali. L’esempio per me più significativo è quello di Achille e la tartaruga, ossia il celebre paradosso di Zenone, in base al quale in una gara di corsa, se la tartaruga parte con un vantaggio di spazio, non potrà mai essere raggiunta dal piè veloce.

È ovvio che nell’esperienza non è così e, infatti, Diogene di Sinope per confutarla non ricorse a qualche ragionamento: semplicemente si alzò e si mise a camminare. Ma volendo ricorrere al ragionamento il paradosso è confutabile anche matematicamente. Non so bene ripetere come, online si può trovare tutta la spiegazione matematica. Anche su wikipedia.

Zenone inventò il paradosso di Achille e la tartaruga per difendere le tesi del suo maestro Parmenide e sostenere l’illusorietà del movimento. Oggi, nel nostro mondo tecnologico per fare l’esperienza di questa illusione, ci basta salire su un tapis roulant in funzione e metterci a correre. Un filosofo contemporaneo, in una comunicazione privata, ha preso questo esercizio sportivo come buon esempio della scemenza umana: che senso ha mettersi a correre e rimanere fermi? Non fa una piega.

Però sono sicuro che questo filosofo non si è mai messo a correre su un tapis roulant e probabilmente non ha nemmeno corso in questo recente periodo di lockdown, quando era vietato fare attività sportiva e si doveva rimanere nei pressi della propria abitazione. A me è capitato. E dato che ero abituato a fare dieci chilometri di corsa due/tre volte alla settimana, ho deciso di fare quello che potevo: mi sono messo a correre in giardino. Ho un giardino piuttosto grande, ma la sensazione di idiozia, di criceto sulla ruota e del pirlare a vuoto non me l’ha tolta nessuno. Così, invece di fare la mia oretta di corsa (questa è la prestanza), ho ridotto a venti minuti/mezz’ora la mia attività, perché la sensazione di stupidità era fortissima. Me l’ha confermata anche mia figlia, che ha ricevuto un messaggio da un’amica dirimpettaia: “Tuo padre si è messo a correre in giardino”. Vi assicuro che su un tapis roulant mi sarei sentito molto meno scemo. Bisogna fare l’esperienza.

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