"Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione,

ma non per questo vede più chiaro"

(S. Freud)

  • Fabio Livio Galimberti

Aggiornato il: 6 giorni fa



Don Giovanni va visto a teatro. E magari dell’Opera. In questi tempi di chiusura, però, ci vogliono altre scelte. Quella della Città di Parma e di Michela Murgia, ad esempio, che portano online lo spettacolo “Don Giovanni, l’incubo elegante”. Certo, quello dal vivo, ça va sans dire, è un’altra cosa, perché la vena attoriale di Michela Murgia si esprime al meglio e ci sono quelle interazioni con il pubblico (penso solo alle risate) che fanno parte dello spettacolo. Ad agosto all’aperto ai Bagni misteriosi del Franco Parenti è stata tutta un’altra suggestione, tutto un altro divertimento e anche la durata ha avuto il su perché.

Però quello andato in onda sul canale youtube della Città di Parma e in diretta Facebook ha avuto la sua intensità. E ci trovate tutta la forza di una lettura originale di un personaggio che ha avuto più letture che donne. E non so se mi spiego. Se mi spiego come il catalogo di Leporello, che lascio a voi scoprire dove la scrittrice ce lo fa ritrovare.

La lettura di Michela Murgia si ispira anche a diversi testi. Due in particolare, che cita e si ritrovano in molti passaggi del suo monologo: lo splendido E Susanna non vien, di Leonetta Bentivoglio e Lidia Bramani e poi – la ringrazio – il mio Il principe nero. Don Giovanni, un sogno femminile.

In proposito sono molto significative le chiose che Michela Murgia fa e le sue intuizioni. Una in particolare mi ha colpito. Quella del doppio inganno. Don Giovanni – forse mi ripeto un po’ ma è importante – punta una donna solo se è onorata. La sua condizione nella vita amorosa – si fa per dire “amorosa”, sarebbe meglio dire “amatoria” – è che ci sia l’onore della donna da rubare. Quello per cui ha fiuto è l’onor di femmina. È per questo che una volta disonorata gli volta le spalle e non se la fila più.

Però con Donna Elvira compie un capolavoro di bastardaggine logica. O di bastardaggine e basta, se preferite. L’ha già disonorata, dunque che gliene importa più? Come si fa a disonorare una donna se è già disonorata? È impossibile. Qui dovrei citare Lacan, che afferma “il reale è l’impossibile”. Dato che l’ho fatto, allora, diciamolo, Don Giovanni compie l’impossibile e si avvicina al reale nell’erotismo. Michela Murgia ce lo fa notare con finezza questo avvicinamento al reale, questo gioco logico, “crudele e perverso”, come lo definisce. Don Giovanni si traveste con i panni del suo servo per sedurre la domestica di Elvira e manda Leporello, il suo servo, travestito con i suoi panni di padrone, a scoparla una seconda volta. Così riesce a chiudere il ciclo dell’umiliazione di una donna con un inganno al quadrato. La quadratura del cerchio, appunto, che mostrano quel trionfo di maschere e di illusioni che imperversa nel campo minato dell’amore. Brava Michela Murgia!

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  • Fabio Livio Galimberti

Aggiornato il: nov 21



Con l’invenzione del concetto di plusmaterno Laura Pigozzi ha aumentato la mia sensibilità a certe situazioni familiari morbose. E la ringrazio, i suoi libri, “Mio figlio mi adora” (Nottetempo), “Il plusmaterno” (Poiesis) e “Troppa famiglia fa male” (Rizzoli), di cui voglio fare presto una recensione, hanno fatto centro nella mia percezione. Così, al di là delle situazioni cliniche in cui ci sono mostruosi inglobamenti genitori-figli o opere artistiche in cui l’abnormità relazionale è messa chiaramente in evidenza e sollecita il giudizio critico dello spettatore, faccio attenzioni anche a certe piccole scene che possono passare inavvertite. Scene che sono le peggiori, perché alla fine ti entrano sottopelle e ti fanno sembrare normale e giusto quello che non lo è. Qui ci starebbe un gioco di parole triviale con “sottopelle”, ma lascio perdere. Però, segnalo ugualmente l’effetto castrante che fanno queste scene. E non sto dicendo della “buona” castrazione, quella simbolica, di cui parliamo in psicoanalisi. È una pessima castrazione, quella della chance separativa di un figlio.

L’altra sera guardando un filmetto, “Per il tuo bene”, me ne sono trovato davanti una. Era con Isabella Ferrari, madre stesa sul corpo della figlia, un’adulta, a sua volta sdraiata sul divano. Perché era lì adagiata, corpo su corpo, totalmente avvolgente, una mano sul sedere, l’altra sulla schiena, quasi in una presa rugbistica per non farla scappare? Per consolarla della fine di una storia d’amore. Perché certi amori finiscono, ma non quello di una madre. Quello ti segue fino alle lacrime. E per quelle lacrime, se non si può cambiare la madre, bisogna almeno cambiare divano…


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  • Fabio Livio Galimberti

Mi è capitato di spiegare il concetto di “simbolico” con la storiella dei due uomini sorpresi nella foresta da un leone: uno dei due malcapitati riesce a mettersi in salvo salendo su un grande albero, mentre l’altro all’inizio, correndo velocissimo attorno a questo grande albero senza essere acchiappato dal leone. Quest’ultimo però a un certo punto si stanca e la belva si fa sempre più prossima alle sue chiappe, così il compagno dall’alto gli grida: “Stai attento, ti sta per prendere!”. E quello sotto lo rassicura: “Non ti preoccupare, ho almeno due giri di vantaggio”.

A volte non soltanto i simboli sono distanti dall’esperienza, ma anche i ragionamenti migliori o apparentemente tali. L’esempio per me più significativo è quello di Achille e la tartaruga, ossia il celebre paradosso di Zenone, in base al quale in una gara di corsa, se la tartaruga parte con un vantaggio di spazio, non potrà mai essere raggiunta dal piè veloce.

È ovvio che nell’esperienza non è così e, infatti, Diogene di Sinope per confutarla non ricorse a qualche ragionamento: semplicemente si alzò e si mise a camminare. Ma volendo ricorrere al ragionamento il paradosso è confutabile anche matematicamente. Non so bene ripetere come, online si può trovare tutta la spiegazione matematica. Anche su wikipedia.

Zenone inventò il paradosso di Achille e la tartaruga per difendere le tesi del suo maestro Parmenide e sostenere l’illusorietà del movimento. Oggi, nel nostro mondo tecnologico per fare l’esperienza di questa illusione, ci basta salire su un tapis roulant in funzione e metterci a correre. Un filosofo contemporaneo, in una comunicazione privata, ha preso questo esercizio sportivo come buon esempio della scemenza umana: che senso ha mettersi a correre e rimanere fermi? Non fa una piega.

Però sono sicuro che questo filosofo non si è mai messo a correre su un tapis roulant e probabilmente non ha nemmeno corso in questo recente periodo di lockdown, quando era vietato fare attività sportiva e si doveva rimanere nei pressi della propria abitazione. A me è capitato. E dato che ero abituato a fare dieci chilometri di corsa due/tre volte alla settimana, ho deciso di fare quello che potevo: mi sono messo a correre in giardino. Ho un giardino piuttosto grande, ma la sensazione di idiozia, di criceto sulla ruota e del pirlare a vuoto non me l’ha tolta nessuno. Così, invece di fare la mia oretta di corsa (questa è la prestanza), ho ridotto a venti minuti/mezz’ora la mia attività, perché la sensazione di stupidità era fortissima. Me l’ha confermata anche mia figlia, che ha ricevuto un messaggio da un’amica dirimpettaia: “Tuo padre si è messo a correre in giardino”. Vi assicuro che su un tapis roulant mi sarei sentito molto meno scemo. Bisogna fare l’esperienza.

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