"Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione,

ma non per questo vede più chiaro"

(S. Freud)

  • Fabio Livio Galimberti

L’espressione “falso mito” è curiosa e paradossale. La prima cosa che mi viene in mente nell’ascoltarla è che un mito è di per sé falso. È una falsificazione della realtà, o se falsificazione è troppo, almeno una finzione che non ricalca i fatti, ma li reinventa, li fantastica, li favoleggia. “Mito” etimologicamente e come significato è prima di tutto questo: racconto e favola. Quindi, perché “falso mito”? Sarebbe come dire “falsa favola”, “falsa leggenda”. Non è perlomeno un’espressione ridondante e pleonastica?

Eppure, è usata diffusamente, persino a livello ufficiale, statale. Sul sito del Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it/portale/influenza/dettaglioContenutiInfluenza.jsp?lingua=italiano&id=5080&area=influenza&menu=vuoto) c’è un articolo che si intitola “I falsi miti sul vaccino”, che inizia così: “Alcuni pregiudizi e falsi miti in medicina possono mettere a rischio la nostra salute. Per questo motivo, è importante informarsi bene e sapere quali sono i miti che molti credono veri, ma che non trovano fondamento nella realtà.”

Eccolo lì i miti, che possono essere falsi o veri. E quali sono quelli veri? Quelli che trovano fondamento nella realtà. Bellissimo. È come dire che un “vero romanzo” è solo quello che… trova fondamento nella realtà. Finendo per non essere quindi più un romanzo. Al limite racconto di cronaca, ma non letteratura.

Ma, si dirà, qui si parla di scienza! E infatti nell’articolo arriva un elenco dettagliato: falso mito 1, falso mito 2, falso mito 3 e così via, con tanto di argomentazioni scientifiche sbugiardanti.

Però la scienza e lo spirito scientifico hanno sempre preso di mira il mito, non il falso mito. Infatti, l’articolo dell’OMS, cui rimanda questa pagina del Ministero della Salute (https://www.who.int/news-room/spotlight/influenza-are-we-ready/5-myths-about-the-flu-vaccine), parla di “myth” non di “fake mith”.

Detto questo, dato che comunque qualcosa va a toccare l’espressione “falso mito”, rimane la questione di che cosa sia un mito vero. Con la psicoanalisi in effetti su questo qualcosa si può dire.

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  • Fabio Livio Galimberti

In seduta capita che un paziente arrivi a minimizzare il proprio disagio dicendo che lui sta lì a lamentarsi, ma che lo sa, c’è gente che sta peggio, gente che ha subito dei veri traumi, che ha dei problemi seri, mica come lui, che in fondo ha avuto una buona famiglia, ha un lavoro, un partner che gli vuole bene e che fa una terapia quando altri ne avrebbero molto più bisogno di lui. Fa niente che non riesce a separarsi dalla madre, con cui vive, che non ha mai provato un orgasmo e non riesce a tenere una relazione di amicizia che sia una. In fondo sta abbastanza bene. Sono gli altri che stanno davvero male.

Forse la risposta più efficace, un tantino cinica magari, sarebbe: “E me li mandi questi altri”. Non l’ho mai data, ovviamente, come non ho mai contestato queste affermazioni: “Ma no, guardi che lei sta veramente male, ha una famiglia che non le dico, quell’incestuoso di suo padre, per non parlare del suo partner, lavoreremo a lungo sul disastro della sua vita”.

Probabilmente non ho mai dato una vera e propria risposta, diretta, perché è chiaro che il paziente fa queste affermazioni in un certo giro del trattamento, in un certo momento in cui, come si dice, fa resistenza.

Però una volta mi è capitato con un paziente che dopo aver parlato in lungo e in largo di un non rapporto con i genitori, quasi abbandonico e sicuramente anaffettivo, che aveva segnato decisamente la sua infanzia mi ha detto: “Ma comunque, via, ci sono genitori peggiori”.

Gli ho detto: “Ah sì? Non sapevo che avesse avuto altri genitori, me ne parli”.

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  • Fabio Livio Galimberti

Se a leggere il titolo avete pensato a un uomo che esprime con i figli “un’intemperante sensualità” (Treccani), siete fuori strada. Non è un genitore che fa il porco con la progenie. “Lascivo” oggi viene spesso usato nel senso di “permissivo”, “indulgente”, “non normativo” e viene accompagnato da quel gesto delle mani in avanti che indica lo scorrere, il lasciar correre. Forse è proprio il verbo “lasciare” a facilitare questa confusione di lascivia e lassismo.

Il termine “lascivo”, poveretto come tanti altri, è andato incontro a uno slittamento semantico, come si dice. Cioè a furia di usarlo a sproposito sta ampliando il suo significato originario. L’evoluzione delle lingue comprende anche questo fenomeno, niente scandali. Ma nei momenti di transizione, quando un significato non si è ancora consolidato può provocare qualche imbarazzo cognitivo e in certi contesti anche qualche conseguenza in più, come è normale quando si tratta di sessualità.

Un termine che invece è relativamente innocuo sul piano delle conseguenze è “reticente”, che ormai nell’uso comune equivale a “restio”, forse per la sua assonanza con “resistente”.

O magari “renitente”, chissà. Fatto sta che un padre reticente, che sia restio o che sia incline a tacere, crea meno problemi di quelli che può creare sentir parlare di un padre lascivo.

Come me ne ha creati quando lavoravo come consulente in un servizio sociale. Potete capire bene come, dovendo scrivere una relazione per il Tribunale, abbia dovuto chiedere qualche precisazione in più all’educatore che mi parlava di questo genitore lascivo con i figli. Non potevo lasciar correre, non potevo certo essere lascivo.

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