"Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione,

ma non per questo vede più chiaro"

(S. Freud)

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  • Fabio Livio Galimberti

Se fosse per me

Aggiornato il: ott 6

E per chi, se no?

Mi capita ogni tanto di ascoltare, in studio o altrove, questa premessa stupefacente: “Se fosse per me”. E non è una premessa giustificata da una misurata consapevolezza di sé, che sarebbe molto apprezzabile, quando si spara un’opinione nel campo di competenza di qualcun altro. Insomma, non è fatta da chi, facendo tutt’altro nella vita, fa una considerazione su quelle che sarebbero le scelte opportune in ambito politico, sportivo o scolastico che gli altri dovrebbero prendere, se solo ragionassero un po’ come si deve. “Opportune”, diciamo pure le migliori, ovviamente, quelle che non si sa perché gli altri, che hanno potere decisionale nel loro campo tra l’altro, non prendono mai.

Quella che ascolto non è una premessa che riguarda il lavoro o l’esistenza degli altri, ma riguarda la propria vita. “Se fosse per me, nella mia vita farei così”.

Se fosse per me? Quel decisionismo, che il condizionale rende temperato e sensato, quando è applicato alla vita degli altri, appare una strana impotenza se riferito alla propria esistenza. Certo, uno psicologo potrebbe dire che è una buona impotenza, è prova che l’esame di realtà di una persona non è andato a farsi benedire per megalomania e per fantasia di onnipotenza. E, senza essere uno psicologo, si può dire che è sano e maturo tenere conto delle condizioni, degli ostacoli, delle regole. È realismo, è buon senso.

Certo, certo, però suona strano lo stesso.

Se non è per te, per chi è?

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